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A maggiore flessibilità corrisponde una minore produttività?

14 Dicembre 2021
A maggiore flessibilità corrisponde una minore produttività?

Presenza o remoto, questo è il dilemma. Se sia più nobile tornare in ufficio sfidando l’iniqua fortuna, o lavorare da casa contro un mare di problemi, e combattendo garantire la produttività.

Un dubbio amletico mica da ridere, che sta tenendo banco oramai da più di un anno tra favorevoli e contrari allo spostamento delle modalità lavorative dalla presenza obbligatoria a un mix tra ufficio e lavoro da remoto, se non proprio interamente alla recentemente normata – all’interno del Protocollo Nazionale sul lavoro in modalità agile per il settore privato – modalità “smart”.

Una questione che sta investendo il mondo del lavoro a livello internazionale, pur con le dovute differenze, ma che presenta tutta una serie di punti comuni, a partire dalla preferenza del ritorno in presenza da parte di alcune figure aziendali rispetto ad altre. Se prendiamo l’ultimo rapporto del Future Forum Pulse, che trimestralmente tasta il polso di oltre 10mila lavoratori a livello internazionale (USA, Australia, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito), ancora una volta si conferma il dato che vuole una stragrande maggioranza dei dipendenti che non ha voglia di tornare al lavoro d’ufficio a tempo pieno. Il 76% della forza lavoro vorrebbe flessibilità sul “dove lavorare”, mentre una percentuale addirittura del 93% chiede la stessa flessibilità anche sui tempi del lavoro. Di contro, i dirigenti manifestano nel 68% dei casi la volontà di tornare di nuovo in presenza per la maggior parte del tempo.

La produttività può risentire del lavoro da remoto?

Al centro di tutto il dibattito, come appare ovvio, la questione legata alla produttività. Ne risente quando la modalità di lavoro è sbilanciata verso il lavoro agile? L’allentamento delle regole sulla presenza fisica in ufficio, insomma, influenzerà la produttività dei dipendenti e le prestazioni dell’azienda? Esattamente le domande che sono state rivolte al pannello di esperti che partecipano al MIT SMR Strategy Forum, finestra mensile che raccoglie le visioni di esperti accademici internazionali su questioni strategiche relative ad affari, gestione, tecnologia e politica pubblica. E dal dibattito emergono alcuni elementi che vale la pena approfondire.

Le principali criticità: innovazione e creatività

flessibilità e produttività

Coloro i quali credono che la produttività ne possa risentire negativamente, puntano l’attenzione sulle difficoltà che possono emergere a livello di collaborazione e nei difetti in termini di creatività della non presenza. Condividere gli spazi insomma favorisce gli scambi e insieme facilita lo sviluppo di nuove idee, cosa invece resa più complessa e farraginosa dalle riunioni online. “Sebbene l’allentamento delle regole sulla presenza fisica possa soddisfare il desiderio dei lavoratori di avere maggiore flessibilità, rischia di ostacolare le interazioni faccia a faccia, che si è scoperto svolgano un ruolo fondamentale nel favorire l’innovazione e la produttività. Di conseguenza, la produttività dei dipendenti e le prestazioni aziendali possono risentirne” è il parere di Annamaria Conti, Professore Associato della Facoltà di Economia dell’Università di Losanna. E anche Timothy Simcoe, dell’Università di Boston, sottolinea come: “La flessibilità può aumentare la produttività dei dipendenti esperti. Ma ci vorrà più tempo perché i nuovi assunti si abituino e la creatività soffrirà di meno interazioni fortuite”.

I punti a favore

Quasi la metà degli intervistati (circa il 47%) concorda comunque sul fatto che regole allentate riguardo alla presenza a tutti i costi migliorino la produttività e le prestazioni. Si sottolinea come il tradizionale lavoro in sede dalle 9 alle 17 non sia più un modello di come le persone di talento possono contribuire nelle organizzazioni, e come la possibilità di essere realmente flessibili consentirà di focalizzarsi molto di più sulla produttività che non sulla presenza. Secondo Rajshree Agarwal, dell’Università del Maryland, la responsabilizzazione sarà un fattore chiave, così come sarà fondamentale “consentire la collaborazione e l’innovazione attraverso riunioni in persona dei team quando necessario”. Secondo quelle forme ibride che più volte abbiamo sottolineato essere quelle più adatte ad affrontare le nuove esigenze emerse. Esigenze tra le quali, come emerge anche dalle risposte del MIT SMR Strategy Forum, non si possono non sottolineare il risparmio di tempo e i costi di spostamento ridotti, così come l’aumento della soddisfazione dei dipendenti.

flessibilità e produttività

La ricetta perfetta non esiste?

Un buon numero di intervistati si schiera dalla parte del “dipende”. Dipende dal dipendente, dall’organizzazione e dalla sua cultura, dai compiti da svolgere e persino dal passare del tempo, che andrà a consolidare o meno tendenze che sono emerse in una fase comunque emergenziale. Juan Alcacer della Harvard Business School saggiamente scrive: “Questa è un’area in cui un approccio universale è pericoloso. Alcuni compiti trarranno vantaggio da una maggiore flessibilità sulla presenza fisica; alcuni non lo faranno”.

La sfida, dunque, consiste nel trovare il giusto equilibrio, nel conoscere profondamente la propria organizzazione e le persone che al suo interno operano e modulare gli interventi in base a una strategia ben pianificata e da verificare costantemente, al fine di renderla via via più efficace. Forse non esiste una “ricetta perfetta” che vada bene per i gusti di tutte le organizzazioni, ma focalizzandosi sui singoli ingredienti e dosandoli in base al risultato che si vuole raggiungere sembra difficile poter sbagliare del tutto il piatto.

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