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Leadership al femminile e pandemia, un’occasione persa?

11 Gennaio 2022
Leadership al femminile e pandemia, un’occasione persa?

L’intero periodo pandemico, portando a galla e mettendo in primo piano nuove esigenze e nuove priorità ha certamente contribuito, tra le altre cose, a mandare in crisi e rimodellare il concetto di leadership. A livello politico, per esempio, le misure imposte, la scelta delle stesse e la capacità di comunicarle, sono state molto diverse fra loro e hanno prodotto risultati differenti tra paese e paese. Almeno fino alla recentissima attualità.

Un elemento che è saltato all’occhio, nonostante la stragrande maggioranza delle stanze dei bottoni fossero occupate da uomini, è quello relativo alla gestione al femminile della crisi: per velocità di risposta, trasparenza nelle informazioni e nei dati e modo di comunicare alla popolazione complicate questioni di salute pubblica, le leader donne si sono dimostrate inequivocabilmente più pronte ed efficaci. Tanto che anche i risultati in termini di salute pubblica sono stati migliori: i paesi guidati da donne hanno avuto meno morti pro capite per COVID-19, con picchi più bassi. E difficilmente si potranno dimenticare le capacità comunicative e di leadership dimostrate (giusto per fare un paio di esempi) da personaggi come Angela Merkel o Jacinda Ardern. Caratteristiche prettamente politiche, che hanno però molti punti in comune con quello che è lo stile di leadership al femminile in azienda.

Shecession e leadership al femminile negli ultimi due anni

Al di là della tanto decantata parità di genere, nel corso degli ultimi due anni la situazione lavorativa delle donne in generale non è certo migliorata. Intanto, come fotografato dal Rapporto Inapp 2021, la “shecession italiana” (così è stata denominata la perdita di posti di lavoro al femminile) ha fatto sì che oltre il 70% dei posti perduti nel corso del 2020 fossero occupati da donne. Un fenomeno osservato anche a livello globale, con un calo del 4% della forza lavoro al femminile a livello OCSE e un impatto negativo sui salari pari all’8,1% per le donne contro il 5,4 % degli uomini.

Anche sul fronte della leadership aziendale al femminile c’è chi parla senza troppi giri di parole di opportunità persa. È il caso dello studio “Women in Leadership” di IBM, giunto alla seconda edizione dopo quella del 2019. L’obiettivo dello studio era stato quello di tenere conto dell’attenzione e delle risorse dedicate all’avanzamento professionale delle donne, nell’ottica di colmare il divario di genere, e due anni – e una pandemia – dopo le cose non sembrano essere cambiate in meglio. Nel periodo considerato infatti il numero di donne che ricoprono posizioni dirigenziali di alto livello è andato diminuendo invece di aumentare, così come ci sono meno donne in rampa di lancio per posizioni dirigenziali e solo un’organizzazione su quattro considera prioritario il loro avanzamento di carriera.

Chi si è mosso prima ha ottenuto migliori risultati

Eppure, come sottolineato nello studio, le organizzazioni che puntano sulla parità di genere come asset strategico hanno più successo rispetto alla concorrenza sotto ogni punto di vista: dall’innovazione alla crescita dei ricavi, passando per la soddisfazione di clienti e dipendenti. Nello studio IBM vengono identificate come le “First Movers”: organizzazioni cioè che si sono mosse per prime e hanno promosso più donne in percentuale nelle più alte cariche aziendali. Esse segnalano un tasso di crescita dei ricavi fino al 61% superiore rispetto alle altre organizzazioni, nel 60% dei casi risultano essere più innovative dei concorrenti e, mentre quasi i tre quarti (73%) di queste organizzazioni affermano di essere leader nel loro settore per la soddisfazione del cliente, meno della metà (46%) degli intervistati di altre imprese risponde nello stesso modo. Oltre che sul fronte esterno, un ambiente più inclusivo e più donne nelle posizioni che contano si riflettono positivamente anche su una maggiore fidelizzazione e soddisfazione dei dipendenti.

Il futuro è nell’equilibrio

Superare l’eredità “patriarcale” e gli stereotipi di genere che sono ancora largamente diffusi nella popolazione italiana, e farlo nei fatti piuttosto che continuare ad annunciarlo a parole, sembra essere la strada da seguire. Considerando tutte le posizioni manageriali, secondo i dati OCSE complessivamente in Italia meno del 30% di queste è ricoperta da donne, con differenze regionali anche abbastanza marcate. Molto insomma c’è da fare per portare questa situazione verso un punto di equilibrio. Quello che appare pressoché certo è il beneficio che potrebbe scaturirne per l’organizzazione aziendale. E per la società in generale.

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